Innesco
signora Luna che mi accompagni
per tutto il mondo
puoi tu spiegarmi
dov’è la strada che porta a me
Vinicio Capossela, Signora luna, 2000
Valvola
Nel pamphlet Difesa della luna e altri argomenti di miseria terrestre (Rusconi, 1971), Guido Ceronetti denunciava le conseguenze nefaste del colonialismo spaziale. Vinicio Capossela ha tradotto l’ecologia lunare dello scrittore torinese nel set In difesa della luna con cui si è esibito a Roma, al Circo Massimo, per il Capodanno 2019. Sul palco in tuta e casco da astronauta, ha omaggiato i lunatici e i seleniti – da Selene, personificazione della luna piena – e ha celebrato la luna, «ostia algida offerta in sacrificio», mettendo in mostra le miserie dell’uomo: «tutto resta vanità di vanità [...] mentre sulla Terra uomini assetati di sangue escono la notte latrando come cani».
Le canzoni di quel concerto erano prese in gran parte da Ovunque proteggi, un disco tutt’al più assolato in cui luna non compare mai mentre sole ricorre 7 volte. Nell’intero canzoniere però la luna è una presenza viva al centro della cosmografia. È il simbolo della notte in ogni declinazione, sia quando veglia sul nottambulismo urbano sia quando la sua simbologia sfocia nel mito. Nelle sue 56 occorrenze la troviamo personificata, antropomorfa, evocata da un fitto teatro di attributi ed espressioni che ne definiscono gli umori, ne disegnano le facce e ne misurano l’impatto sui sensi. La luna è «altera» (Una giornata senza pretese, 1990), fredda, fiera, quasi sprezzante. È «traditrice» verso chi la rincorre o le canta una serenata (Stanco e perduto, 1990). È acida come le notti in cui diventa il corpo da maledire per sfogare i veleni d’amore (Furore, 1994). È la luce bianca a cui chiedere conto sui propri sbandamenti. La sua attraenza trascina lo sguardo in verticale e accende la ricerca della sua faccia, che si mostra nei verbi. La luna ride (Modì, 1991), prega (Ultimo amore, 1991), si adombra (Signora luna, 2000), «non vede che polvere e stelle» (Lettere di soldati, 2008). È un baricentro visivo, la custode delle maree interiori dell’uomo, e cala su chi ne patisce gli influssi. La cerca lo «stralunato» (Notte newyorkese, 1991), smarrito perché non la trova più, in lei si specchia il «lunatico» (Le loup garou, 2019), il licantropo che «nella luce di luna» della notte di Natale subisce un’atavica metamorfosi in «porco maiale» (Il pumminale, 2016). Lunatici, seleniti, stralunati. Tipi fuori orbita e senza ragione, avvinti dalle suggestioni che la «smorfia triste» della luna (Camera a sud, 1994) imprime sull’umore.
Quando scende nella letteratura e nel folklore non rimane un’astrazione ma vive di rifrazioni materiali. Nella Marcia del Camposanto (2000) una luna «livida» accompagna la processione funebre e poi si riflette sui due «zecchini d’oro» posati sugli occhi del defunto Camoia. «[...] scintillò in quelle monete, e dall’alto ombrosa nel cielo piano piano iscese, avvolta nel suo manto nero» (Capossela, 2015). È fredda e «riflessa in una sciabola d’argento» quella che penetra nella cella del condannato a morte Billy Budd alla fine dell’omonimo romanzo di Melville (pubblicato postumo nel 1924). È una «maschera di luna» quella che avvolge nel mistero e nella divinità il capo corsa della festa della Sartiglia del carnevale di Oristano (brano Componidori, 2016).
Come in un’ascensione, la tensione verso la luna si risolve con il rifugio nell’immaginabile, nell’impossibile. Recuperando l’Orlando furioso e la sua rielaborazione calviniana, per Capossela il satellite diventa il deposito di ciò che l’umanità smarrisce sulla Terra: il senno, la purezza, le possibilità. Tanto che nel tour teatrale di Tredici canzoni urgenti (2023) la scenografia è dominata da una luna enorme appesa come una palla strobo: «se la ragione è qui che si conserva / vuol dir che sulla Terra / non è rimasta che follia» (Ariosto governatore). Per salirci sopra senza carro celeste né razzi, la soluzione è a metà tra il sogno e l’inutile impresa: pedalare su una trebbiatrice volante. «E poi virò il Tenente direttamente contro la palla di fluoro della luna. [...] Aveva un volto triste la luna, malinconico, come una Madonna, con gli occhi abbassati da una parte e una specie di sorriso» (Capossela, 2015). Allo Sponz Fest 2015, intitolato Raglio di luna, la trebbiatrice è stata posta sulla rupe di Cairano per compiere una sorta di perigeo poetico con Ariosto: secondo la leggenda è lì, nel punto più alto della valle ofantina, che i Coppoloni «allevano i “siensi”, i senni dell’intelletto in forma di mosconi» (Capossela, 2023).
La dialettica tra cielo e terra si propaga nella contrapposizione tra la luna e la condizione dell’uomo. Sotto c’è il suolo, il fango che impasta la materia degradata delle vicende umane. Sopra c’è la luna nella sua ambiguità e alterità, un po’ compagna un po’ tribunale. Questa distanza diventa la misura del desiderio lunare dell’uomo, perché la luna non scende mai e all’uomo non resta che ululare, tentare di metterci i piedi sopra, diventare lui stesso luna – come nel manifesto del tour di Canzoni a manovella – oppure fotografarla con scarsi risultati. La luna assorbe tutto senza sporcarsi. Come nel Canto notturno di Leopardi, richiamato dal nostro brano di innesco, rimane vergine e intatta, «signora» della solitudine e delle domande senza risposta.
Residuo
Questa luna che alluna i lunatici, può uscire anche lei dal suo giro e precipitare sulla terra. La luna in cui recuperare i “siensi” non offre senno o cura, ma solo risuona di lamenti, di canti e serenate, di lied e di poemi. Di questo risuona e ferisce, perché in lei è la purezza perduta, l’amore assoluto, l’armonia delle sfere. Chi non ha questa purezza riprecipita a terra, dove a ogni perdita ci si può abituare.
Vinicio Capossela, Eclissica
Capossela ha composto un suo personale lunario. Un abecedario biografico diviso in lampi di memoria, una precipitazione che proietta continue ombre per non rimanere accecati dalla vita. Quando la luna non c’è, quando cade o tramonta, «si scolora il mondo» scriveva Leopardi. Quando scompare l’ultimo lembo protettivo della notte, ci si abbandona alla disillusione come i mangas, come Saffo: «cala la luna e io non spero / l’illusione è il lusso della gioventù» (Contratto per Karelias, 2000). Chissà che al termine della notte non rimanga solo la materia. Al prossimo episodio.
Bibliografia di V. Capossela
Il paese dei Coppoloni, Milano, Feltrinelli, 2015
Eclissica, Milano, Feltrinelli, 2021
Come li pacci. Un racconto a più voci di dieci anni di Sponz Fest, Milano, Baldini+Castoldi, 2023
Sitografia
L’introduzione allo Speciale Notturno Capossela. Un esperimento di filologia visuale
Immagine: Édouard Manet (1832-1883), Chiaro di luna sul porto di Boulogne (particolare), 1859. Crediti: Musée d'Orsay, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons
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