Cari lettori e lettrici del Magazine, fermatevi. Vi chiedo uno sforzo di memoria: riuscite a ricordare la prima volta in assoluto che avete sentito qualcuno dire “I-A”? Sentite più spesso parlare di “IA” (intelligenza artificiale) o di “AI” (artificial intelligence)? E se dite “AI”, pronunciate “ei-ai”, all’inglese, o italianizzate scandendo “a-i”?
Non preoccupatevi, nessuno ha torto o ragione: già a novembre del 2023 Licia Corbolante registrava queste oscillazioni d’uso, presenti tanto nel linguaggio specialistico quanto nella lingua comune, dedicandovi un apposito post sul suo blog. Per me che di IA (e anche stavolta, digitando, ho dovuto cancellare e riscrivere invertendo l’ordine delle lettere) ho iniziato a leggere, scrivere e parlare in lingua inglese in un contesto non italofono, ascoltare il messaggio vocale di una collega italiana che, ad aprile dell’anno scorso, confermava il suo interesse per un progetto internazionale sull’IA (e pronunciava “i-a”) ha rappresentato il momento di incrinatura del pregiudizio forse più solido che nutrivo sulla mia lingua madre: che il lessico italiano della tecnologia fosse il terreno più fertile e privo di barriere per l’ingresso di parole inglesi.
Da quando l’italiano dell’informatica aveva cominciato a preferire la traduzione all’anglicismo (persino nel caso di un acronimo!), e a praticare l’opzione “diciamolo in italiano” (Zoppetti, 2017)? Possibile che il linguaggio settoriale dell’intelligenza artificiale invertisse quella tendenza al monolinguismo nella comunicazione specialistica che l’Enciclopedia Treccani mi confermava agli inizi del secolo (Gualdo, 2009)? Che il dilemma “tradurre o non tradurre le parole inglesi?” (Giovanardi, Gualdo, Coco, 2008) fosse stato risolto mentre mi trovavo in esilio linguistico? Che l’era dell’IA-taliano (Antonelli, 2023) stesse segnando la fine del broken English, del globish e dell’itangliano nel settore tech?
Tra i tanti glossari dell’IA – vero e proprio fenomeno in rete con cui un po’ tutte le lingue stanno cercando di gestire i debordamenti del linguaggio settoriale dell’intelligenza artificiale in altri linguaggi specialistici e nell’italiano di uso comune – quello messo recentemente su dall’Associazione Italiana dei Professionisti dell’Intelligenza Artificiale (AIPIA) si segnala, fra le altre cose, per un “Indice degli equivalenti italiani” messo in calce che sembra confermare l’inversione di trend.
Ma che lingua parlano, nella pratica, i professionisti italiani dell’intelligenza artificiale? Ne abbiamo parlato con Rafael Patron, Presidente del comitato tecnico-scientifico dell’associazione, esperto di IA, autore di tre libri sull’argomento e curatore del glossario.
Distefano: Di glossari sull’IA ce ne sono tanti in circolazione, ma quello a cui l’AIPIA ha lavorato nasce da una riflessione sul peso di lungo termine (anche economico) delle parole, e sulla responsabilità di certe scelte terminologiche. Alcune scelte o errori lessicali sembra abbiano conseguenze particolarmente problematiche. Com'è nata l'idea?
Patron: L’idea è nata da una cosa che vediamo ogni settimana in aula e nelle richieste che riceviamo: le parole con cui si scrivono contratti, bandi e programmi dei corsi decidono quali obblighi qualcuno si assume, spesso senza che se ne accorga. Ciò che oggi si scrive con la parola sbagliata, domani lo si eredita con la parola sbagliata. Il peso economico è qui: una clausola scritta male fa pagare un documento inutile, oppure lascia scoperto l'obbligo che serviva davvero. Faccio un esempio su tutti: la parola utente. Nei contratti chi usa un sistema di IA viene chiamato “utente” o “utente finale”. Il regolamento attribuisce invece obblighi precisi al “deployer”, l'organizzazione che usa il sistema sotto la propria autorità. Chi firma come “utente” rischia di non riconoscersi in quegli obblighi, ma chiamarsi in un altro modo non li sposta di un millimetro. Gli obblighi seguono il ruolo, non l'etichetta.
Distefano: L'originalità del vostro glossario sta nel fatto di non limitarsi a fornire definizioni, ma di fare emergere che le lingue per parlare di IA, o meglio le comunità di parlanti che scrivono il presente dell’IA in Italia, siano tre: quella di chi fa le leggi, quella di chi si occupa degli aspetti tecnici, e quella del mercato. Invece di appianare le divergenze, avete fatto emergere la pluralità di lingue settoriali, e il come, nel passaggio da una comunità di specialisti all'altra, accada che alcuni termini assumano significati diversi, o che se ne distorca l'uso, con conseguenze pratiche. Quali sono gli esempi importanti da conoscere di quelli che chiamate “disallineamenti”?
Patron: Un esempio efficace è la parola anonimizzazione: il regolamento sulla protezione dei dati definisce solo la pseudonimizzazione, non l’anonimizzazione. La conseguenza per chi si occupa del piano tecnico è che la lingua delle leggi non ha stabilito quando una tecnica sia sufficiente a raggiungere l’anonimizzazione.
Distefano: I lemmi contenuti nel glossario sono 162. Ve la sentite di dire che la completezza del lessico dei professionisti dell’IA sia stata raggiunta? Come avete ottenuto la lista di termini da definire? Quale corpus avete utilizzato?
Patron: No, e sarebbe sbagliato pretenderlo. Il lessico dell'IA corre: la sola modifica del regolamento del 2026 ha portato a settanta i termini definiti dall'articolo 3. Per questo ogni voce ha un codice permanente e il volume chiede esplicitamente ai lettori di segnalare le divergenze che non abbiamo visto. Il corpus parte dalle fonti che governano davvero la materia: il regolamento sull'intelligenza artificiale nel testo consolidato, il regolamento sulla protezione dei dati, la legge italiana sull'IA, la legge sulle professioni non organizzate, le norme su certificazione delle competenze, accreditamento e vigilanza del mercato. A queste si aggiungono le forme che circolano nella pratica, rilevate in contratti, bandi e materiali commerciali. Il criterio non è la frequenza di una parola ma il suo peso: entra nel glossario ciò che sposta un obbligo, un ruolo o un diritto. Ne risultano 162 concetti in undici ambiti, 294 letture delle singole fonti e 95 confronti fra fonti, ciascuno con la conseguenza pratica.
C'è un limite che dichiariamo apertamente. I testi delle norme tecniche sono a pagamento e in questa edizione non li abbiamo consultati: le 39 interpretazioni che ne dipendono sono marcate "verifica richiesta", nel punto esatto in cui il lettore le cercherebbe. Nessun riferimento è scritto a memoria, e un glossario che riportasse definizioni tratte da testi mai letti chiederebbe fiducia proprio dove promette controllo.
Distefano: La normativa scolastica italiana sull’IA fa ampio uso della parola “stakeholder”, che – cosa interessante – non è inclusa fra i lemmi da voi censiti. A cosa si deve questa esclusione? Possiamo rendere più trasparente il significato di questo termine inglese? Chi sono i “portatori di interesse” quando si parla di intelligenza artificiale?
Patron: L'esclusione è voluta. Stakeholder non è un ruolo con obblighi o diritti propri, è una parola ombrello. Il testo italiano del regolamento, quando serve, scrive “portatori di interessi”, e lo fa in modo generico. Il glossario lavora invece sui ruoli che hanno conseguenze: fornitore, deployer, importatore, distributore, persona interessata, autorità di vigilanza.
Il problema di "stakeholder" è proprio la sua comodità: mette nello stesso insieme chi ha obblighi e chi ha diritti. Nella scuola sono “portatori di interesse” gli studenti, le famiglie, i docenti, i dirigenti, ma anche le aziende che forniscono le piattaforme. E ognuno sta in una posizione diversa: l'azienda fornisce e risponde del prodotto, la scuola usa il sistema e risponde dell'uso, lo studente ha il diritto di sapere quando un sistema lo valuta. A chi scrive documenti scolastici suggerirei una prova semplice: ogni volta che sta per scrivere “stakeholder”, provi a scrivere chi sono, uno per uno. Di solito il testo diventa più chiaro, e anche più giusto.
Distefano: In uno dei precedenti articoli abbiamo riflettuto sul concetto di “spiegabilità”. Cosa significa “spiegare” l’IA? È possibile farlo?
Patron: La prima domanda da fare è: spiegare a chi? Il regolamento europeo prevede almeno quattro "spiegazioni" diverse, con quattro destinatari diversi. Al professionista che usa il sistema servono istruzioni per interpretare correttamente i risultati. Alla persona che interagisce con un sistema serve sapere che è un sistema di IA. A chi subisce una decisione presa con l'aiuto di un sistema ad alto rischio spetta il diritto di farsi spiegare il ruolo che il sistema ha avuto e gli elementi principali della decisione. E chi ha dati personali trattati ha diritto a un'informazione propria, sul piano della protezione dei dati.
C'è poi una distinzione che il linguaggio comune confonde. "Interpretabile" riguarda il meccanismo, quanto è leggibile il funzionamento per chi lo esamina; "spiegabile" riguarda le ragioni, quanto sono comprensibili per chi le riceve. Un modello molto semplice può essere interpretabile senza che nessuno spieghi nulla a nessuno; una rete neurale complessa resta poco interpretabile anche quando le spiegazioni che fornisce sono utili.
Quindi sì, spiegare è possibile, ma non nel senso di aprire la scatola e mostrare tutto: è possibile spiegare una decisione a una persona concreta.
Distefano: I termini rimasti in inglese nel vostro glossario sono davvero pochi: oltre a prompt e token ci sono deployer, deep fake, red teaming e audit. Per la prima volta nella storia, l’italiano della tecnologia non parla più in inglese? È la corsa all'armamento linguistico delle nazioni?
Patron: Il glossario conserva deployer e deep fake perché li conserva il testo italiano del regolamento. Più che di una corsa agli armamenti linguistici parlerei di un effetto del diritto europeo. Il regolamento esiste in tutte le lingue ufficiali dell'Unione e ogni versione fa fede allo stesso modo: i traduttori delle istituzioni hanno dovuto trovare un equivalente italiano per quasi ogni concetto, e quelle parole, una volta entrate in un testo vincolante, diventano obbligatorie per chiunque scriva un contratto. Il paradosso è che il mercato continua a parlare inglese mentre le regole parlano italiano. Gli equivoci nascono nel passaggio dall'uno all'altro.
Distefano: L’italiano possiede una parola che l’inglese non possiede, almeno non come forma univerbata: epistemia. Ma una cosa che non riesco a tradurre nella mia lingua madre è il concetto di AI-powered: suggerimenti per un equivalente italiano?
Patron: La parola epistemia non è nel glossario, che lavora sul lessico delle regole e dei contratti, ma la considero tra le parole più utili degli ultimi anni. Per quanto mi riguarda, il rischio non è che i modelli sbaglino, perché sbagliano anche le persone; è che sbaglino con la stessa sicurezza con cui hanno ragione. L'antidoto non è smettere di usarli, ma ricostruire l'abitudine alla fonte.
Per AI-powered le traduzioni ci sono: ‘basato sull'IA’, ‘con IA integrata’, ‘che usa l'IA’. Ma il vero problema di AI-powered non è linguistico: è che spesso non dice nulla. È un'etichetta che promette intelligenza senza dire quale sistema, per fare che cosa, con quali limiti. Nel glossario registriamo espressioni simili, come soluzione di intelligenza artificiale o sistema intelligente, come forme di mercato ingannevoli: la definizione del regolamento non parla di intelligenza, ma di sistemi che a partire da un input deducono come generare un output, con un certo grado di autonomia. La traduzione migliore di AI-powered è la funzione reale: ‘che riassume i documenti’, ‘che suggerisce le risposte ai clienti’.
Distefano: Si dice “IA” o “AI”? Quale dei due acronimi è più usato? Facendo un po’ di archeologia dei suoi ricordi, riesce a risalire alle prime attestazioni d’uso della forma italiana “IA”?
Patron: Nei testi istituzionali prevale nettamente “IA”: la versione italiana del regolamento europeo usa questa forma, e così i documenti pubblici. Nel linguaggio commerciale e quotidiano “AI” resta fortissima, anche perché arriva insieme ai nomi dei prodotti e a espressioni ormai fisse come “AI Act”. Nel volume abbiamo adottato una regola: si scrive IA, e “AI” compare solo dentro nomi propri inglesi come “Chief AI Officer”. Le pagine pubbliche della nostra associazione, però, usano ancora in prevalenza la forma inglese, e il volume registra questa divergenza invece di nasconderla. Mi sembra la fotografia più onesta della situazione: anche chi sceglie l'italiano consapevolmente vive in un ambiente che parla inglese.
Distefano: Anche guardando il website di Rafael Patron, l’impressione che una parola su tre sia inglese è quella di sempre. Che lingua parlano gli esperti di IA nella vita di tutti i giorni?
Patron: Ha ragione, e non mi difendo. Gli esperti parlano un ibrido: inglese per gli strumenti, i ruoli e la ricerca, che nasce e si pubblica in inglese; italiano quando si arriva alle responsabilità. Io stesso lavoro anche all'estero, e il titolo con cui mi presento in azienda è un titolo inglese. La regola che mi sono dato, e che vorrei vedere più spesso, è questa: in inglese si possono vendere le cose, ma in italiano si firmano. Un sito o un post possono permettersi l'anglicismo. Un contratto, un bando, il programma di un corso pubblico no, perché lì ogni parola deve essere riconoscibile per chi la legge e per un giudice che un giorno potrebbe doverla interpretare.
Uno speciale ringraziamento per la collaborazione e la gentile disponibilità all’AIPIA e a Rafael Patron, Presidente del comitato tecnico-scientifico dell’associazione.
Bibliografia essenziale
Antonelli G., L’IA-taliano, in La lettura del Corriere della Sera, 3 dicembre 2023.
Antonelli, G., IA. L’abbreviazione più sensata per «Intelligenza Artificiale», in «7 del Corriere della Sera», 8 novembre 2024.
Antonelli, G., Fare i conti con gli anglicismi - I dizionari dell’uso, in Lingua Italiana Treccani, 2004.
Bini, G., Quattrociocchi, W., Epistemia in the classroom: the problem of evidence of understanding in education in the age of generative AI, AI & SOCIETY, 1-13, 2026.
Giovanardi, C., Gualdo, R., Coco, Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?, Lecce, Manni, 2008.
Gualdo, R., Linguaggi specialistici, Enciclopedia, XXI secolo, Treccani.it
Marri, F., La lingua dell’informatica, in Storia della lingua italiana, a cura di L. Serianni e P. Trifone, Torino, Einaudi, 3 voll., vol. 2° (Scritto e parlato), pp. 617-633, 1994.
Rovere, G., Linguaggi settoriali, Enciclopedia dell’Italiano, Treccani.it
Zoppetti, A., Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Milano, Hoepli, 2017.
Glossari
Glossario dell’intelligenza artificiale. Termini, norme, professioni, a cura di R. Patron, Roma, AIPIA, 2026. DOI 10.5281/zenodo.22690474
I precedenti contributi di Barbara Distefano sull’IA e la lingua italiana, a scuola e nella società.
Immagine: Divertimento 070. Crediti: gualtiero, CC BY-SA 2.0, via lickr.com
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