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Il 26 marzo 1967 muore suicida Luigi Incoronato, tra i maggiori prosatori campani del Novecento, autore tra l’altro di Scala a San Potito e di un capolavoro quasi sconosciuto, Le pareti bianche, un Tempo di uccidere che sembra scritto da Albert Camus. Con la morte di Incoronato si chiude definitivamente una stagione molto intensa della narrativa meridionale, una stagione in cui un gruppo di scrittori, tra i quali sarebbero poi divenuti celebri soprattutto Domenico Rea, Luigi Compagnone e Mario Pomilio, poteva ancora credere che le speranze di cambiamento e di rivoluzione coincidessero con le “ragioni narrative” (che fu il nome della loro rivista). In ricordo di quell’evento, Vasco Pratolini scrisse una poesia (A Luigi Incoronato), poi raccolta nel Calendario del ’67 pubblicato per l’«Almanacco dello Specchio»:

Con questo tuo figlio che lasciai bambino,

il nastro nero alla manica dell’impermeabile,

abbiamo parlato di te ma a strappi.

Come un fiero segreto.

Tu hai «concluso», certo, ma credi di aver risolto,

davvero credi che resistere sia facile e «andare

avanti», non dico per noi, per tuo figlio, meno doloroso?

D’un tratto egli ha sorriso,

domani si laurea, farà il magistrato, hai ragione, forse

ragazzi come lui porteranno giustizia ed è stato

utile vivere questi anni che sono cresciuti.

La poesia parla del figlio di Incoronato, Fabio, che non avrebbe fatto il magistrato ma con la laurea in giurisprudenza avrebbe invece insegnato storia e filosofia, come allora era possibile, al Liceo Ettore Majorana di Pozzuoli fino all’inizio degli anni Duemila. Benché da molti anni progetti di scrivere un libro su Napoli e su Incoronato, questa poesia mi è tornata in mente solo leggendo la bellissima antologia che si intitola Napoli mille colori. La poesia e la città (Mondadori, 2026), a cura di Fabio Pedone, traduttore e critico noto soprattutto per aver di recente pubblicato con Enrico Terrinoni la prima traduzione integrale commentata in italiano del Finnegans Wake di James Joyce (2017 e 2019). Alcuni libri non vanno giudicati solo per quello che vi si trova, ma anche per quello che lasciano riaffiorare. Nel mio caso, la lettura delle quasi 250 pagine di poesie su, per e contro Napoli raccolte da Pedone, da Omero e Virgilio fino a Carmen Gallo e Bernardo De Luca, ha riaperto il libro della memoria su una pagina che credevo di aver dimenticato e che parla di ciò che, conseguentemente, mi ha più colpito nella selezione di Napoli mille colori (il cui titolo riprende com’è ovvio una famosissima canzone di Pino Daniele): la ricerca della ragione e della giustizia.

Una città in versi

Il libro è diviso in cinque sezioni tematiche, cronologicamente ordinate: I. Sirene (presenze, attraversamenti); II. Le muse napoletane; III. In visita e in fantasia (Grand Tour, reale e immaginario); IV. L’armonia perduta; V. Qui e ora. Ogni sezione si apre con un breve cappello introduttivo e ogni poesia o gruppo di poesie è accompagnato da una sintetica, puntuale e vivace presentazione dell’autore e dell’opera. La prima sezione raccoglie versi che parlano, anche tangenzialmente, di quel «luogo permeato di senso, un mito e una forma di vita», che è la città di Napoli:

uno “spaccato di vita” in cui è possibile spingersi indietro nel tempo, farsi trascinare da un canto inatteso, abbandonarsi alle ragioni e alle visioni di una diversità laterale, inassimilabile. [...] Napoli è corpo in movimento, polimorfo e inafferrabile [...]. (p. 3)

E si troveranno quindi, in traduzione per i testi classici e in originale per i testi in napoletano, Omero, Licofrone, Lucrezio, Virgilio, Stazio, Petrarca, Boccaccio, Pontano, Sannazzaro, Cariteo, Galeazzo di Tarsia, Laura Terracina, Vittoria Colonna, Tasso, Bruno, Campanella, Marino, Accetto, Giuseppe Artale, Salvator Rosa, Giacomo Lubrano, Vico, Metastasio, Eleonora de Fonseca Pimentel, Giacomo Leopardi, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Gabriele D’Annunzio, Libero Bovio, Raffaele Viviani, Totò ed Eduardo De Filippo.

La seconda sezione (Le muse napoletane) è tutta dedicata alla poesia dialettale (qui i testi sono forniti di versione italiana). E Pedone riassume brillantemente la dialettica tra italiano e dialetto:

L’esigenza di assumere sulla pagina le condizioni storiche del popolo di Napoli senza depurarne il linguaggio si unisce al ripercorrimento parodico della tradizione: con una voracità che sa attingere a forme arcaiche e popolari, con una decisa scelta di campo che punta al genere comico. [...] In opposizione a un toscano interpretato come idioma artificioso, il napoletano appare a questi poeti come lingua naturale, chiara, comprensibile. (p. 99)

 

Tra viaggio e disincanto

E sta parlando di poeti come Basile, Giulio Cesare Cortese, Filippo Sgruttendio de Scafato, Nicola Capasso, Nicolò Lombardo e Domenico Piccinni. La terza sezione, In visita e in fantasia, raccoglie testi di quei «viaggiatori, poeti, artisti di tutto il mondo che si sono spinti fin nel Meridione per cercare il contatto con il mistero delle energie primigenie, la luce italiana, le memorie classiche e la gioia di vivere» (p. 121), come Garcilaso, Quevedo, Goethe, Shelley, Lamartine, Nerval, Melville, Evgenij Baratynskij, Neruda, Ingeborg Bachmann o James Merrill, ma anche di quelli che hanno cantato Napoli come luogo immaginario, da Shakespeare (che genialmente Pedone propone nella traduzione di De Filippo della Tempesta) a Emily Dickinson. E la selezione non è mai scontata, né nell’individuare testi meno noti di autori celebri, né nel proporre poeti ben poco frequentati dai lettori italiani.

Si arriva così alla quarta sezione, L’armonia perduta, dove il gusto e la competenza di Pedone allestiscono un vero e giustificato contro-canone della poesia italiana del Novecento. Dal punto di vista di Napoli, infatti, Pedone può offrire ai lettori una selezione di autori dove spiccano in realtà quelli che tradizionalmente definiremmo minori; o dove risaltano testi quasi sconosciuti, e di rado antologizzati, degli autori canonici:

Una frattura storica insanabile apre il Novecento italiano. Dopo il paesaggio di macerie che la prima e la seconda guerra mondiale impone alle popolazioni stremate, i poeti cercano nuove vie d’orientamento. [...] Tra identificazione e fuga, tra immersione nel mito e protesta, i poeti napoletani o quelli che attraversano e ripensano Napoli cercano di avocare un’armonia perduta [...] o di sancire una definitiva disillusione nel riconoscere che un’armonia non è mai esistita. Ma se c’è una speranza è nell’accettazione della metamorfosi come natura profonda di tutte le cose [...]. (p. 175)

Messi da parte Ungaretti, Morante, Pasolini e Fortini, il lettore può riscoprire così Alfonso Gatto (da Le vittime: «Se la storia fosse scritta dalle vittime / altro sarebbe, un tempo di minuti»), Rocco Scotellaro (da Invettiva alla solitudine: «E il cielo di piazza Miraglia che suona / al fresco di mattina ai marciapiedi / vederlo che ci appare un Cristo vivo / disceso nell’inferno / il giorno che Gli strappano i veli nelle chiese»), Mario Pomilio (da La baia: «Ma il cuore non s’affranca / dall’angustia sottile che ribalta / di minuto in minuto / il sentito in pensato, / il futuro in passato, / la schiuma che s’impenna nello scroscio / della risacca / in eco risospinta / di vena in vena / fino al cieco rottame che s’impiglia / ancora all’onda, al sangue, all’arso / fiottare che scompiglia / nel suo sordo risucchio / inconscio e conoscenza»), il “poeta trilingue” Michele Sovente (da Altre voci altre facce: «Altre voci, altre facce nascono / dalle sgangherate vie di Napoli / tra muffa e relitti dappertutto»; in cappellese: «Ati vvoce, ati ffacce sghìzzano / r’ ’i vvie struppiàte ’i Nàpule / tutta na fracetumma ’i prète e mmure»; in latino: «Aliae voces, aliae facies / de obritis Neapolis viis / nascuntur tabesque / muros et petras cingit»). E soprattutto la più sorprendente tra le molte poesie che non conoscevo, Nessuno verrà di Anna Maria Ortese, dove il mio libro della memoria temporaneamente si richiude, poiché se qualche traccia di Luigi Incoronato è rimasta nelle storie letterarie è per merito del Mare non bagna Napoli:

Nessuno verrà mai su questa terra

a dirci la ragione delle cose,

fosse anche una ragione da niente;

a svegliare i morti bambini,

a svelare la legge totale della

Iniquità.

 

Immagine: Veduta di Napoli da Posillipo (19 marzo 2017). Crediti: Maurizio Moro5153, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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