Il testo di Antonella Inverno Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso (Roma, Treccani, 2026) riveste un grande interesse perché presenta un quadro ricco e articolato del fenomeno che riduttivamente potremmo etichettare “devianza giovanile”, proponendo dati quantitativi ed evidenziando entità e caratteristiche territoriali, con riferimento alle diverse aree del nostro Paese; sono discussi inoltre gli aspetti giuridici legati alle leggi e alle norme che intendono fronteggiarlo e alle misure compensative che vengono adottate.
Il quadro che viene così disegnato è di per sé già suggestivo di diverse considerazioni, ma un ulteriore elemento che lo completa è rappresentato dalle interviste in profondità svolte dall’autrice con sei giovani – cinque maschi e una femmina – che sono entrati in relazione con il sistema penitenziario giovanile. Si presentano così davanti agli occhi di chi legge le immagini di persone in carne ed ossa che con le loro storie rendono molto più vivido il fenomeno della devianza, soprattutto mettendo in luce tratti delle condizioni di vita, delle relazioni intessute, dei contesti famigliari e amicali che restituiscono una straordinaria intensità al resoconto presentato dall’autrice. Tra gli aspetti che emergono ci sono quelli connessi agli interventi educativi, svolti a scuola o nei contesti penitenziari dove più spesso intervengono gli operatori del terzo settore.
In ciò che segue, proprio a partire dai riferimenti presenti nel libro, prenderò in esame alcuni aspetti che attengono al ruolo degli adulti nella scuola e fuori, nello sviluppo dell’identità degli adolescenti e ad altre implicazioni educative che emergono dalla lettura del contributo di Antonella Inverno.
Vivere da adolescenti a scuola
Di solito la cronaca si occupa di adolescenti in occasione di loro comportamenti inappropriati, quando non devianti, descrivendoli a tinte forti proprio a causa di questi loro comportamenti; una delle conseguenze di tale prospettiva è quella di rivolgere una scarsa attenzione al compito evolutivo fondamentale degli adolescenti, vale a dire la costruzione dell’identità.
Durante gli anni che vanno dalla fine della scuola media (o nella dizione attuale “secondaria di primo grado”) ai primi anni della scuola secondaria di secondo grado ‒ in termini di età tra i 12 e i 16 anni, con caratteristiche di crescita molto diverse tra maschi e femmine ‒ gli studenti a scuola sono interessati soprattutto alle relazioni con i pari con i quali avviene un continuo rispecchiamento, nel senso che ciascuno/a rimanda all’altro un’immagine di sé che si costruisce via via anche sulla base di queste relazioni. Un contributo molto utile in tal senso è stato fornito dallo studio di Anna Sfard e Anna Prusak dal titolo molto indicativo Telling identities: in search of an analytic tool for investigating learning as a culturally shaped activity (2005) in cui le autrici hanno messo in rilievo la funzione nei processi di apprendimento del reciproco “racconto” delle rispettive identità in costruzione degli studenti, le quali sono anche alle origini delle loro motivazioni di studio
L’interesse di questa prospettiva è molteplice perché in primo luogo connette la motivazione ad imparare ad un aspetto poco considerato sinora, vale a dire il fatto che l’immagine di sé che si sta costruendo, tipica della fase adolescenziale, contribuisce all’orientamento verso l’apprendimento, non solo come interesse ma anche come anticipazione del proprio futuro, delle proprie aspettative che come sappiamo (Appadurai 2014) sono peraltro connesse alle caratteristiche culturali di appartenenza. Il contesto della classe e le interazioni che si realizzano svolgono quindi un ruolo fondamentale in questa costruzione perché c’è un continuo scambio, per così dire, tra la propria percezione e quella che gli altri compagni reciprocamente si rimandano. Analogamente infatti a quello che succede nelle relazioni di amicizia, quando qualcuno ci dice “tu sei così…” magari in un momento di difficoltà, in cui si può essere anche un po’ smarriti, quelle parole ci restituiscono caratteristiche positive che quasi non riconoscevamo più come nostre. Nelle classi inoltre, la quotidianità delle relazioni contribuisce fortemente alla costruzione delle identità e svolge ruoli perciò sia positivi sia negativi, questi ultimi nei casi in cui si stabiliscono relazioni improprie, aggressive e talora violente.
Tutto questo, infine, indica che queste relazioni riguardano i docenti, sia per la loro influenza sui processi di apprendimento, sia per il benessere (o malessere) emotivo che si stabilisce nella classe.
Si tratta perciò di orientare lo sguardo anche verso questi aspetti che non sono “cose da psicologi” ma parte integrante dei processi educativi in classe. Certo parlare con uno specialista o svolgere attività formative per allenare il proprio sguardo, talvolta può servire, ma ciò non vuol dire delega tout court allo psicologo come invece capita spesso.
Nelle storie dei giovani che attraversano gravi difficoltà, come quelli intervistati da Antonella Inverno, la scuola appare sullo sfondo come contesto in cui si sono avute frustrazioni ed esperienze fallimentari e da cui ci si è allontanati. A ben vedere tuttavia, ciò che spesso viene sottolineato è il ruolo degli adulti come figure di riferimento, che a scuola non si sono quasi mai trovati, ma che risultano necessari e fondamentali nelle esperienze di questi giovani. Sono spesso richiamati invece gli operatori del terzo settore come adulti verso i quali si manifestano sentimenti di attaccamento e di gratitudine; in altri casi, l’attaccamento può anche rivolgersi ad un famigliare, ma non sempre sono figure che svolgono ruoli di orientamento positivo, perché talora svolgono invece funzioni di addestramento verso attività illecite.
Ciò che è comune in ogni caso è proprio la presenza di una figura adulta che funziona da proiezione identitaria e da orientamento rispetto al futuro; così sono gli operatori che ispirano fiducia, che “gli vogliono bene” come affermano alcuni di loro, quasi fossero le prime figure di attaccamento; la proiezione in un adulto purtroppo agisce anche quando sono persone che avviano a percorsi di devianza e/o di criminalità e questo mette in luce quanto gli adulti siano importanti per gli adolescenti, anche quando sembra che i modi conflittuali siano la connotazione diffusa delle relazioni che si stabiliscono con loro.
L’importanza del ruolo adulto dovrebbe indurre i docenti di una classe a condividere tra loro la necessità di conoscere meno superficialmente gli studenti, magari dividendosi il compito di stabilire relazioni più profonde sulla base di una maggiore simpatia che gli studenti ispirano a ciascuno di loro. Così, ad esempio, i docenti dovrebbero accordarsi sul compito di stabilire relazioni meno superficiali con alcuni di loro e riportare nel consiglio di classe le caratteristiche di questi studenti conosciuti meglio. In altri termini, i/le docenti dovrebbero essere convinti/e che questi aspetti “li riguardano” e per tale ragione non dovrebbero trascurarli, attestandosi su modalità molto tradizionali di trattare “la classe” ignorando o quasi i singoli. D’altra parte se i giovani attuali sono molto diversi da quelli che siamo stati noi, come molto frequentemente si afferma, non basta dichiararlo ma, prendendone atto, si tratta di individuare modi e procedure che ce li facciano “agganciare” proprio per non scoprire, quando è troppo tardi, che hanno messo in atto condotte inappropriate e/o trasgressive.
Un altro elemento che viene “scoperto” quando è troppo tardi è la formazione di gruppi di adolescenti che hanno comportamenti aggressivi o addirittura violenti. Come affermava Gaetano De Leo, professore alla Sapienza che ha iniziato in Italia lo studio della devianza giovanile, quando gli adolescenti costituiscono un gruppo/banda sono come una bomba ad orologeria: è quasi impossibile disinnescarla (1).
La pericolosità di questi gruppi e la difficoltà che segnalava De Leo hanno indotto, in una sperimentazione prevista in un progetto europeo YouthStart alla fine degli anni Novanta, ad avviare l’anno scolastico con studenti di una scuola della seconda opportunità (2), costruendo prima una relazione individuale tra ciascuno studente e un docente durante le settimane iniziali e poi costituire la classe quando ormai ogni studente aveva già legato con un adulto. Questa procedura ha reso più facile gestire la classe prima che gli adolescenti facessero “banda” tra loro.
Un escamotage simile, ovviamente, non è estensibile alla normale pratica didattica, ma indica tuttavia la necessità da parte dei docenti di immaginare soluzioni preventive che blocchino l’insorgere di fenomeni più difficili da gestire; come si vede si tratta di porre attenzione ad aspetti che in epoche passate, con ruoli più rigidi e definiti, con chiare separazioni di ambiti di autorità e di maggiore consensualità tra genitori e docenti sui criteri educativi impliciti, non era necessario affrontare.
Una questione che si solleva poi ogni qual volta si registrino comportamenti devianti o almeno inappropriati da parte degli adolescenti, riguarda l’attribuzione di responsabilità. Dal punto di vista giuridico, a cui accenno solo di sfuggita perché non è il mio campo di competenza, c’è il limite di età al di sotto della quale non si è imputabili, tuttavia di fronte a fatti gravi e gravissimi si sollevano spesso obiezioni a questo limite. Il dubbio è certamente giustificato, ma quello che lascia perplessi è l’attenzione prevalente alla punizione e all’aspetto penale, mentre si lascia in ombra la questione rieducativa della funzione che la pena dovrebbe rivestire. Ancora meno considerata appare poi la questione dell’identità, vale a dire l’influenza che una etichetta di “non imputabilità” può avere nel processo di costruzione di sé in cui sono impegnati, più o meno consapevolmente, tutti gli adolescenti. In altri termini, in che modo la responsabilità che accompagna la crescita di ogni persona, per cui “si risponde” di ciò che si fa, si instaura in adolescenti che non rispondono di ciò che fanno? Quali conseguenze avrà l’etichetta di non imputabilità sull’acquisizione del senso di responsabilità che solitamente accompagna il percorso del divenire progressivamente adulti?
Queste considerazioni non intendono sostenere la necessità di rendere imputabili anche persone molto giovani, quasi bambini, quanto piuttosto di volgere attenzione all’andamento di un processo come la costruzione identitaria che episodi gravi o gravissimi finiscono per bloccare o perlomeno distorcere; anche di questo aspetto la funzione rieducativa della pena deve tener conto, se si vuole intervenire con efficacia e riorientare un processo molto importante ai fini della crescita di un adolescente.
Queste riflessioni, che scaturiscono dalla lettura del testo di Antonella Inverno, mettono infine in luce un aspetto ulteriore e importante che riguarda lo studio della “patologia” per così dire in ambito educativo, che focalizzando aspetti relativi a situazioni difficili e drammatiche, fornisce anche elementi di riflessione per la quotidianità “normale” in cui i fenomeni si presentano in scala ridotta ma sostanzialmente analoghi a quelli riportati nel testo.
(1) Queste considerazioni sono emerse diverse volte durante le collaborazioni di ricerca avute con lui nella conduzione del progetto Youthstart.
(2) Si tratta del progetto YouthStart, finanziato dal Fondo sociale europeo (Iniziativa comunitaria occupazione e valorizzazione delle risorse umane), tra il 1997 e il 2001 realizzato in partnership tra l’ARCI di Roma e il Dipartimento di Psicologia dei Processi di sviluppo e socializzazione dell’Università Sapienza di Roma, a cui chi scrive ha preso parte.
Riferimenti bibliografici
Sfard A., Prusak A. (2005), Telling identities: in search of an analytic tool for investigating learning as a culturally shaped activity, in Educational Researcher, 34 (4), pp. 14-22.
Appadurai A. (2014), Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale Milano, Raffaello Cortina Editore.
Crediti immagine: Fotografia di Alessio Romenzi per Save the Children, in Antonella Inverno, Dentro le mura. Viaggio nel mondo degli adolescenti di oggi tra disagio, carcere e dissenso, © 2026 Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani S.p.A.
Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani - Riproduzione riservata
