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"Non c'è alcun accordo finché non c'è un accordo": con questa formula evasiva, pronunciata esattamente un anno fa ad Anchorage, in Alaska, Donald Trump e Vladimir Putin chiudevano un vertice che molti ritenevano potesse segnare la svolta decisiva verso la fine della guerra in Ucraina. Dodici mesi dopo quel faccia a faccia, andato in scena senza la presenza di rappresentanti di Kiev o dell'Unione Europea, la prospettiva di un'intesa di pace appare ancora più remota, trasformando il summit in un nulla di fatto diplomatico e in un pesante errore di calcolo per il Cremlino.


L'inversione a U di Trump e l'intransigenza di Mosca

Alla vigilia dell'incontro, l'amministrazione Trump sembrava allineata alla linea comune di Kiev e Bruxelles: imporre preliminarmente un cessate il fuoco per creare le condizioni negoziali per un accordo duraturo. Tuttavia, subito dopo il colloquio con Putin, Trump ha operato una clamorosa inversione di rotta, annunciando di voler puntare direttamente alla firma di un trattato di pace. Il presidente russo, da sempre contrario a una tregua su tutti i fronti, non ha concesso nulla, confermando la pretesa del controllo totale sull'intero Donbass come precondizione assoluta.


L'abbandono del cessate il fuoco è stato respinto con fermezza dall'Ucraina e dai leader europei, allarmati dall'ipotesi di una pace forzata basata su pesanti cessioni territoriali. Di fronte alle pressioni della Casa Bianca, Volodymyr Zelensky ha tenuto la linea, subordinando ogni discussione a garanzie di sicurezza statunitensi solide e vincolanti. Tali rassicurazioni, tuttavia, non sono mai state chiarite nel dettaglio e sono passate in secondo piano con l'apertura del fronte di guerra tra Stati Uniti e Iran, che ha di fatto congelato i colloqui trilaterali.


La compattezza europea e l'errore strategico del Cremlino

Il vertice ha finito per produrre conseguenze opposte a quelle auspicate da Mosca. Anziché isolare l'Ucraina, l'incontro ha spinto l'Europa a compattarsi al fianco di Kiev: pochi giorni dopo, una delegazione di leader europei con i vertici di UE e NATO si è recata alla Casa Bianca per ribadire che nessun accordo poteva essere siglato sopra la testa degli ucraini. Nel corso dell'ultimo anno, le capitali europee hanno intensificato gli aiuti militari e finanziari, colmando il vuoto lasciato dal disimpegno di Washington e stringendo accordi strategici per la produzione di droni e sistemi di difesa aerea.


Secondo gli analisti internazionali, Putin ha sopravvalutato la propria forza, pretendendo guadagni territoriali insostenibili sia politicamente sia militarmente, dove le forze russe hanno registrato solo modesti progressi a fronte di perdite enormi. Nel frattempo, sul campo di battaglia, i profondi raid di droni ucraini contro depositi petroliferi e snodi logistici in Russia hanno riequilibrato i rapporti di forza. Anche se indiscrezioni parlano di nuove missioni a Kiev e Mosca degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, le aspettative restano minime: il vertice in Alaska ha dimostrato i limiti della pressione negoziale su Kiev, lasciando la pace ancora un miraggio.

Immagine: Putin e Trump in Alaska (2025). Crediti: The White House (https://en.wikipedia.org/wiki/2025_Russia–United_States_summit#/media/File:Trump,_Putin_Alaska_Arrival_(9260673).jpg) via Wikimedia Commons

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