Le cosiddette primavere arabe sembravano aver dimostrato la validità dell’assunto, di aristotelica memoria, in virtù del quale uno strumento è, appunto, solo uno strumento e il relativo giudizio etico dipende dall’uso che di esso se ne fa (o politico, se non forse anche economico). Detto altrimenti, è possibile organizzare una rivoluzione su Facebook e se lo hanno fatto in Tunisia ed Egitto mentre negli Stati Uniti o attraverso l’Europa la gente popola le proprie bacheche con immagini di dubbio gusto di gattini obesi la questione è cosa una tale distinzione dica di noi (e dei tunisini) più dell’ontologia del medium.
C’è indubbiamente del vero in tutto questo, ma la questione è allo stesso tempo più complessa e più sinistra. Le piattaforme digitali, infatti, sono in primo luogo, ed esplicitamente, aziende il cui scopo, come più volte ribadito da Zuckerberg, è il profitto, più o meno a qualsiasi costo. A rendere il modello imprenditoriale di queste aziende radicalmente diverso da pressoché qualsiasi antecedente a cui credevamo di esserci abituati sono la natura del prodotto (ovvero gli utenti stessi) e le modalità attraverso le quali esso viene confezionato e venduto, nonché gli effetti combinati di una tale organizzazione produttiva. Cosa ciò comporti a livello individuale e – di conseguenza – sociale, quali siano le implicazioni della natura ormai onnipresente di servizi come Instagram o TikTok nella quotidianità di un numero sproporzionato di individui, quali responsabilità il legislatore debba assumersi onde prevenire derive nefande e pericolose (che probabilmente derive non sono ma piuttosto la logica conseguenza di un sistema produttivo – il quale, gira e rigira, ha sempre un solo ed il medesimo nome: il capitalismo) specialmente, ma non solo, per le fasce meno protette della popolazione, sono questioni la cui immediatezza appare inversamente proporzionale all’attenzione che sembrano ricevere nel dibattito quotidiano a livello nazionale ed internazionale. Detto altrimenti, la questione non è – non lo è mai stata – se «i social» sono buoni o cattivi e nemmeno se e quando «ci renderanno tutti scemi». Si tratta invece di capire come la convergenza di tecnologie mediatiche estremamente sofisticate e un modello economico orientato alla crescita esponenziale ed infinita all’interno di un sistema che tale non è (in biologia un fenomeno del genere si chiama cancro) abbia già trasformato le vite di milioni, miliardi, di individui e con esse il concetto stesso di socialità e con quali conseguenze per tutti (tranne – forse – i proprietari delle piattaforme) sul periodo breve e lungo.
È difficile pensare, quanto meno nel panorama italiano, ad una persona più qualificata di Serena Mazzini – un decennio abbondante di esperienza professionale nel mondo di quelle che, ominosamente, si continua a chiamare «nuove» tecnologie (un indizio rivelatore di quanto la società – dalla classe politica ed intellettuale in giù – sia impreparata a fare i conti con la contemporaneità), docente e attivista – per affrontare un tema così delicato ed allo stesso tempo urgente. Il titolo del suo primo saggio – frutto di anni di ricerca e indefessa opera pedagogica ‒ Il lato oscuro dei social network. Come la rete ci controlla e manipola è allo stesso tempo drammaticamente esplicito e limitatamente fuorviante (il sospetto che non si tratti di una decisione autoriale è forte). Assai più che una lucida disamina di cosa le piattaforme digitali siano – come funzionino, quali siano le strategie aziendali, verrebbe da dire la visione antropologica e sociale che le guida, perché riscuotano il successo di cui godono, e perché questo modello produttivo (perché di questo si tratta) stia trasformando a vista d’occhio le nostre società, generalmente in peggio ‒, il che già renderebbe il saggio una mosca bianca in un panorama altrimenti stupidamente moralista e privo di qualsiasi capacità analitica, il volume si presenta allo stesso tempo come un manifesto dichiaratamente politico, il quale, nella sua denuncia dell’avvento – in corso – di un mutamento antropologico che minaccia di costruire una società sempre più egocentrica, violenta nelle sue (mascherate ed allo stesso tempo brutalmente esplicite) gerarchie di potere e priva di qualsiasi compasso morale che non sia l’accumulazione di soldi e potere, chiama a raccolta le vittime di tale distopia – in buona sostanza la stragrande maggioranza di noi – perché si ribellino e reclamino per sé (e le future generazioni) un mondo diverso e migliore.
Ciascuno dei capitoli di cui il volume si compone può essere inteso come un corso accelerato di educazione digitale, di quelli di cui si ciancia nel Paese da anni e che mai vengono offerti (perché oltre alle competenze manca la volontà e – soprattutto, diciamolo una volta per tutte – un’adeguata prospettiva di classe che tale educazione richiede). C’è il cosa: sharenting – il fenomeno sempre più diffuso di genitori che creano e condividono prodotti digitali (contenuti, in gergo) i cui protagonisti sono bambini, molto spesso bambine, sempre più giovani, sempre più sessualizzati, sempre più utilizzati come strumenti di produzione (ci si potrebbe chiedere quale sia il confine con il lavoro minorile: non c’è); capitalismo della pietà – quanti video avete visto di giovani pieni di soldi o con l’ambizione di diventarlo che organizzano scenette da libro Cuore in cui senza tetto o altre categorie vulnerabili – gli scarti di produzione del migliore dei mondi possibili – vengono elargiti di cibo, oggetti o denaro nel mentre esposti, spesso contro la loro volontà, ad una comunità di utenti per ritorno di immagine, economico e, nelle parole dell’autrice, posizionamento social(e); la spettacolarizzazione della malattia, ovvero come il dolore si sia trasformato in un veicolo commerciale e di (auto)promozione, al punto da poter ormai assistere a suicidi in diretta e alla loro relativa monetizzazione. Fattore di uguale rilievo, c’è il chi: nomi e cognomi (a partire dall’ormai fu coppia Fedez-Ferragni, in Italia veri pionieri di pressoché tutti i fenomeni discussi nel saggio) di chi dall’economia delle piattaforme ha tratto guadagno, con quali strumenti e attraverso quale pubblico. Lungi dal trattarsi di pettegolezzo, l’esemplificazione che permea le pagine de Il lato oscuro ha il sapore de L’ideologia tedesca di Marx: un ritratto di famiglia che assolve all’arduo compito di riconoscersi per ciò che si è (diventati) nel tentativo di prenderne le distanze.
L’aspetto forse più notevole del saggio è però indubbiamente l’impostazione teorica e l’orizzonte ideologico. Non solo Serena Mazzini dimostra familiarità con (e ammirevole capacità di sintetizzare e rendere accessibile) il meglio della contemporanea ricerca sociologica, antropologica e politico-economica, che del mondo digitale si occupa – sonoramente ignorata alle nostre latitudini – ormai da un paio di decenni, con ciò offrendo al proprio pubblico una solida griglia analitica con l’ausilio della quale diventa più facile comprendere la logica di fenomeni altrimenti inspiegabili (la popolarità immensa del canale YouTube «Me Contro Te», per esempio) o come mai un numero in costante crescita di bambine finga condizioni da ricovero clinico (o si adoperi in quella direzione) con l’unico scopo di riprendersi con un sondino nel naso a favore di telecamera. Come se tutto questo non bastasse, l’analisi de Il lato oscuro non perde mai di vista la natura esplicitamente di classe alla base dell’economia della società digitale e delle piattaforme in particolare. Yanis Varoufakis (Gianīs Varoufakīs) ha di recente parlato di «tecnofeudalesimo»: un sistema in cui un gruppo sempre più ristretto di aristocrati (diventati tali sulle spalle della contribuzione pubblica, occorrerebbe notare) vive del lavoro, in alcuni casi letteralmente della vita, di uno stuolo di consumatori che allo stesso tempo sono oggetti di consumo loro stessi e per i quali la sola retribuzione che viene realmente offerta – una nuova, conturbante e pervertita forma di oppio dei popoli – è la speranza, artefatta, di unirsi al novero dei padroni se solo si impegneranno a sufficienza a rinforzare il sistema sociopolitico che li opprime. In termini forse un po’ più spicci, si potrebbe sostenere che è semplicemente il capitalismo che funziona a pieno regime, semplicemente armato di nuovi, sempre più sofisticati mezzi, a fronte dei quali sono necessarie nuove, radicali forme di resistenza.
Serena Mazzini, Il lato oscuro dei Social Network. Come la rete ci controlla e manipola, Milano, Rizzoli, 2025, pp. 240
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