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Universo moda - Accessori: BIJOUX

di Deanna Farneti Cera
Enciclopedia della moda (2005)

Universo moda - Accessori: BIJOUX

Deanna Farneti Cera

Bijoux

Bijoux moderni. Con il termine francese bijoux si definiscono gli ornamenti della persona (spille, collane, bracciali, orecchini, anelli), realizzati con una vasta gamma di materiali non preziosi o semipreziosi. Ai nostri giorni, trascorso più di un secolo e mezzo dalla loro nascita, si è arrivati a denominazioni più precise. Si parla di bijoux fantasia quando ci si riferisce a ornamenti realizzati in serie, secondo le tendenze della moda corrente, con un valore decorativo transitorio, che si perde quando una determinata tendenza nel vestiario non è più in auge.

Sono invece chiamati bijoux de couture i complementi per abiti concepiti e commissionati da un couturier o da uno stilista per assecondare e caratterizzare il suo stile, realizzati in numero limitato da artigiani specializzati, il cui atelier si trova generalmente al di fuori della casa di moda. Nella maggioranza dei casi i bijoux de couture vengono denominati con il nome del couturier che li ha associati ai suoi abiti, scegliendone lo stile e il disegno che si collegano quasi sempre in maniera diretta a una particolare collezione, divenendone parte integrante.

Ultimi, ma non meno importanti, gli articoli di bigiotteria destinati alla grande distribuzione, prodotti in migliaia di pezzi quasi sempre assemblando componenti stampati in serie, solo raramente rifiniti a mano, così da ridurre sensibilmente i costi e renderli accessibili a tutti. Soprattutto negli Stati Uniti essi rivestono un'importanza sociale notevole, perché spesso sono utilizzati come un potente veicolo di comunicazione per trasmettere idee, valori, messaggi e sentimenti individuali e collettivi. Grazie al loro basso costo sono utilizzati in campagne pubblicitarie o politiche, come segno di appartenenza a gruppi sportivi o culturali (per es., le spille "Fate l'amore e non la guerra" indossate dagli hippy negli anni Sessanta e Settanta) o per sensibilizzare l'opinione pubblica di fronte a importanti questioni sociali, per esempio le spille a forma di nastro rosso incrociato in segno di solidarietà verso i malati di AIDS.

Bijoux d'imitation. L'origine degli ornamenti non preziosi può essere collocata alla metà del Settecento, quando l'invenzione del cristallo al piombo permise la costruzione di pietre simulate, paragonabili nell'aspetto alle gemme autentiche, in particolare al diamante. I primi esemplari di pietre d'imitazione furono fabbricati in Inghilterra, poi l'invenzione degli Inglesi fu ripresa e messa a punto in Boemia, dove la produzione in larga scala di pietre d'imitazione diventò nel tempo uno degli articoli più tipici di quella terra.

Tra i molti abili artigiani che contribuirono a diffondere le pietre di cristallo spicca Georges-Frédéric Strass, nato a Wolfsheim, vicino a Strasburgo nel 1701. Nel 1724 si trasferì a Parigi e tra il 1730 e il 1734 mise a punto il procedimento che gli permetteva di montare su argento o pinchbeck le pietre in cristallo simulanti il diamante, che da lui presero il nome di strass. Gli ornamenti così ottenuti, chiamati bijoux d'imitation in quanto copie di gioielli veri, ebbero una vasta diffusione a Parigi, Birmingham e Londra e ottennero vasti consensi, perché permisero alle signore della borghesia di competere con le dame aristocratiche in fatto di eleganza, tanto che nel 1734 Strass fu nominato gioielliere di fiducia del re di Francia.

Nel 1767 lo Stato francese autorizzò la costituzione di una corporazione di bijoutiers faussetiers (letteralmente tagliatori di pietre false) costituita da oltre 300 iscritti, che fabbricavano bijoux d'imitation in metalli e pietre non preziose. Fino alla fine del Settecento Parigi detenne il monopolio di questo settore, ma con la Rivoluzione francese molti artigiani dovettero riparare in Inghilterra, portandovi le loro conoscenze e la loro esperienza, a vantaggio dei produttori britannici. Nel 1873, a Parigi, venne istituita la Chambre syndicale con lo scopo di tutelare gli iscritti alla professione di faussetiers; il primo presidente eletto fu Alexander Piel, titolare della Piel Frères, una delle maggiori aziende di ornamenti per la moda costituita a Parigi a metà del secolo.

In seguito alle spedizioni coloniali si assistette alla riscoperta delle arti indigene dell'Africa, delle isole del Pacifico, dell'India, del Giappone e dell'Asia, presentate in molti padiglioni delle Esposizioni universali tenute in quegli anni (Londra 1851, New York 1853, Parigi 1855, Londra 1862, Parigi 1867 e altre ancora a Vienna, Filadelfia, Chicago), che fornirono nuovi motivi di ispirazione e introdussero l'uso di tecniche e materiali mai sperimentati prima.

Tra le personalità più importanti attive in Francia alla fine dell'Ottocento spiccarono Émile Gallé (1846-1906) e René Lalique (1860-1945), ai quali si deve la rivalutazione delle pietre semipreziose e dei materiali poveri e la loro trasformazione in ornamenti e manufatti di tale bellezza che oggi vengono considerati oggetti d'arte.

Poiché in Francia l'haute couture si era definitivamente affermata e con essa i complementi per gli abiti proposti dai couturier di grido, a partire dal 1926 la Chambre syndicale pubblicò un bollettino mensile, la rivista "Parures", per contribuire alla diffusione dei modelli e al miglioramento delle tecniche di lavorazione degli ornamenti per la moda. Il titolo della rivista è chiaramente ripreso dal termine parurier, adottato nella metà dell'Ottocento per indicare un fabbricante o un commerciante di articoli ornamentali: bottoni, fibbie, accessori per i cappelli e bijoux; più tardi vennero inclusi anche coloro che creavano accessori per l'haute couture, per esempio ricamatori, specialisti nella lavorazione di piume, aigrette e fiori artificiali, fabbricanti di cappelli, bottoni e cinture.

I gioielli sentimentali del periodo vittoriano. Durante il lungo regno della regina Vittoria, incoronata il 28 giugno del 1838 a soli diciannove anni, ebbero grande fortuna i cosiddetti ornamenti 'sentimentali', perfettamente intonati all'etichetta di corte e alla sensibilità delle donne vittoriane. I soggetti preferiti nei gioielli preziosi e nei bijoux erano cuori in segno d'amore, mani come simbolo di amicizia, angeli come augurio di protezione divina, nodi e nastri per benedire l'eternità di un'unione, e ancora ciondoli o medaglioni contenenti il ritratto o ciocche di capelli della persona amata. Altrettanto popolari erano i monili a soggetto naturalistico, soprattutto vegetale, quali viticci, grappoli d'uva, foglie d'edera, fiori, in particolare viole del pensiero e non ti scordar di me. Un altro tema prediletto nel periodo vittoriano, già amato nel romanticismo, ripreso e ampliato dagli esponenti del movimento preraffaellita, era il Medioevo, da cui vennero ripresi fogge e ornamenti. Nella seconda metà dell'Ottocento l'avvento della lavorazione meccanizzata favorì la produzione in serie; inoltre l'invenzione del procedimento di doratura elettrogalvanica ridusse notevolmente il costo dei bijoux rendendoli accessibili a un numero ancora più ampio di acquirenti. Molti ornamenti non preziosi furono esibiti alla Prima esposizione universale di Londra del 1851, dove ottennero vasti consensi, non solo di pubblico, ma anche di critica. Nel 1861 la regina Vittoria, in seguito alla morte del marito, il principe Alberto, impose a tutte le dame di corte l'uso di gioielli da lutto. Venne allora prodotto un genere di bijoux raffinati, dalle linee severe e austere in cui fu impiegato il jet, una varietà di carbon fossile estratto principalmente a Whitby, una piccola cittadina dello Yorkshire. Il jet era modellabile in qualsiasi forma, astratta o naturalistica, e la sua superficie poteva essere liscia o sfaccettata, lucida od opaca; tuttavia la sua limitata disponibilità e i costi elevati di lavorazione spinsero a cercare dei sostituti, il più efficace dei quali fu il jais, una pasta di vetro sfaccettata di colore nero, utilizzata anche ai nostri giorni.

L'invenzione delle mole meccaniche per sfaccettare gli strass, ideate e messe a punto da Daniel Swarovski a Wattens, in Tirolo, nel 1895, permise un incremento quantitativo e qualitativo della produzione di pietre d'imitazione e ne abbassò i costi, cosicché la moda dei bijoux d'imitation, simulanti i gioielli in diamanti, si diffuse rapidamente sulla spinta dei dettami dell'eleganza di corte.

Bijoux edoardiani. L'aristocratica Alessandra di Danimarca, moglie di Edoardo VII ‒ salito al trono d'Inghilterra nel 1901 alla morte della regina Vittoria ‒ era solita indossare gioielli bianchi, perle e diamanti in fili cadenti come cascate o stretti come collari, chiamati colliers de chien, che ne mettevano in risalto l'eleganza statuaria. Il suo stile venne presto imitato e furono prodotti quelli che oggi chiamiamo bijoux edoardiani, piccoli monili in argento e strass, più o meno elaborati e accurati che riproducevano animali, pagode, alberelli, fiori, cesti, mezze lune.

Il bijou de fantaisie in Francia e la costume jewelry negli Stati Uniti. Nel 1901 la Chambre syndicale di Parigi volle chiarire il concetto di bijoux non preziosi, distinguendo quelli d'imitation da quelli di invenzione, chiamati, a cominciare dalla seconda metà degli anni Venti, bijoux de fantaisie. Lo stesso avvenne quasi contemporaneamente negli Stati Uniti, dove una rivista di moda del 1907 pubblicizzava la produzione di un fabbricante di gioielli non preziosi che invece del termine imitation jewelry utilizzava la nuova dizione di costume jewelry, cioè gioielleria per il costume teatrale. A quel tempo infatti i gioielli non preziosi venivano utilizzati per i costumi di scena delle rappresentazioni teatrali e successivamente per le riprese cinematografiche, ma, nel tempo, non furono poche le donne che, volendo cambiare i gioielli tante volte quante mutavano l'abito, li acquistavano per completare le loro toilette. Così, negli Stati Uniti, il successo degli ornamenti per la moda fu tale che anche i bijoux de couture importati dalla Francia vennero copiati, per poi assumere nel tempo, soprattutto fra il 1935 e il 1950, una loro identità slegata dai modelli francesi.

Lo spostamento del concetto di gioiello da simbolo di ricchezza a oggetto di decorazione ed espressione della propria individualità rifletteva la trasformazione culturale e artistica già iniziata dal movimento inglese Arts and Crafts che, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, interessò tutta l'Europa, con denominazioni e caratteristiche specifiche a seconda dei Paesi. Se in Francia si preferirono le linee sinuose di ispirazione naturalistica, in Germania e in Austria furono adottati modelli rigorosamente geometrici, mentre in Inghilterra tornarono in auge i disegni classici celtici. Un ulteriore sviluppo dei bijoux de fantaisie venne da altri movimenti d'avanguardia artistica, in particolare l'art déco (abbreviazione di arts décoratifs) e la scuola del Bauhaus, fondata nel 1919 da Walter Gropius a Weimar, in Germania. Gli artisti del Bauhaus cercarono contatti con il design industriale, facendo uso di materiali mai impiegati prima, quali il ferro, il nichel e il cromo e diedero ai loro monili non preziosi forme innovative, desunte talvolta dall'architettura e dal disegno meccanico.

Bijoux de couture. Il bijou de couture cominciò a essere utilizzato nei primi anni del Novecento in Francia, in concomitanza con l'affermarsi dell'haute couture, grazie alla creatività e all'abilità tecnica di un nutrito gruppo di maestri artigiani e sulla spinta di alcuni couturier di grido. Tra questi ricordiamo Paul Poiret, che a partire dal 1912 abbinò ai suoi abiti lunghe collane con nappe in seta e pietre semipreziose, e Madeleine Vionnet, che prediligeva fili di perle e collane lineari realizzate da Georges Desrues pensando ai suoi abiti in sbieco.

Tuttavia la vera artefice dei bijoux de couture fu Coco Chanel che, nella collezione del 1927, insieme agli abiti haute couture abbinò i suoi faux bijoux o bijoux en toc, liberamente ispirati a gioielli antichi, barbarici e indiani in particolare, che arricchivano e impreziosivano le sue mises semplici e apparentemente povere. Tra i molti collaboratori di Chanel ricordiamo il siciliano Fulco Santostefano della Cerda, duca di Verdura (1899-1976), creatore dei famosi bracciali rigidi con la croce maltese, il quale successivamente, emigrato negli Stati Uniti, si dedicò alla gioielleria e aprì un prestigioso negozio a New York.

L'affermazione degli ornamenti non preziosi venne ufficialmente sancita nell'ottobre del 1930, quando la Chambre syndicale allestì la sua prima esposizione all'Hotel Moderne di Parigi e la stampa specializzata, soprattutto quella statunitense, lodò le scelte stilistiche di Coco Chanel, Lucien Lelong e Jean Patou.

Elsa Schiaparelli, discendente dalla famiglia Corsini di Roma, operava a Parigi come couturier e fu una delle prime a rivolgersi agli esponenti delle avanguardie artistiche ‒ in particolare il futurismo, il dadaismo, il surrealismo ‒ affinché realizzassero bijoux per la moda di linee e modelli innovativi. Per creare quelli che lei chiamava bijoux de voyage si servì della collaborazione di Alberto Giacometti, Salvador Dalí, Man Ray, Jean Cocteau e altri artisti di primo piano. Altri suoi collaboratori sono stati Jean Schlumberger (1907-1987), che per lei ha creato la famosa collezione Circo del 1938; Jean Clement, diplomato in pittura all'École des beaux-arts di Parigi e laureato in chimica; Étienne de Beaumont, Francis Winter, Hubert de Givenchy, il futuro grande stilista, Brooke Cadivallader, specializzato nel design dei tessuti, e Roger Scemama.

Nella seconda metà del Novecento il merito maggiore nella diffusione dei bijoux de couture va agli stilisti francesi ‒ Coco Chanel, Christian Dior, Jeanne Lanvin, Hubert de Givenchy, Cristóbal Balenciaga, Jacques Fath, Madame Grès, Nina Ricci ‒ che si rivolgevano ad artigiani ormai celebri per la loro bravura. Segnaliamo quelli oggi più noti, alla luce delle ultime ricerche: Max Boinet, Robert Goossens, la maison Gripoix, Georges Desrues, Louis Rousselet, CIS (Cissi Zoltoaka), Rose Idée, Francis Winter, Lina Baretti, Roger Jean-Pierre, Roger Scemama, Lola Prusac, Maryse Blanchard, Jeanne Péral, Monique Védie, Madeleine Rivière.

I bijoux del Novecento segnano dunque una nuova concezione del monile: nell'antichità i gioielli erano intesi come dei talismani, dotati di virtù e poteri che variavano a seconda della foggia, dei materiali e delle pietre impiegate, oppure erano dei simboli dello stato sociale, del prestigio e della ricchezza di chi li indossava. Al contrario nel Novecento i bijoux hanno una connotazione puramente estetica e decorativa, legata al gusto individuale o ai dettami del couturier di grido, novello arbiter elegantiae.

Fashion jewelry americana. Nel corso degli anni Trenta, un impulso determinante all'affermazione dei bijoux venne dato dalle dive del cinema di Hollywood, da Marlene Dietrich a Greta Garbo, da Joan Crawford a Katherine Hepburn e Carole Lombard, che, grazie al successo mondiale dei loro film, divennero per milioni di persone il simbolo stesso della bellezza. Le donne americane ed europee cercarono in ogni modo di imitarle, nei vestiti e negli accessori dell'abbigliamento, tra cui spiccavano i cosiddetti bijoux blancs (gioielli bianchi), in platino e brillanti. Questi, visti al cinema nei fotogrammi in bianco e nero, erano identici ai bijoux fabbricati in strass e metallo rodiato, sulla falsariga dei modelli dei gioielli veri, così da imitare la brillantezza del platino, da alcune delle grandi industrie americane di bijoux per la moda di Providence (Rhode Island) quali Trifari, Coro, M. Boucher, De Rosa, Du Jay, Eisenberg, Miriam Haskell, Joseff, Mazer, Pennino, Staret, Fred A. Block. La caduta della borsa del 1929 mise in crisi il mercato dei gioielli autentici, diventati per molti irraggiungibili e sancì la definitiva affermazione della costume jewelry, ribattezzata fashion jewelry, cioè gioielleria per la moda, non più riservata alle attrici, ma a tutte le donne che volevano sentirsi à la page e allo stesso tempo non potevano permettersi di investire cifre considerevoli.

Agli inizi degli anni Trenta, a Pforzheim in Germania, si sperimentarono due nuove tecniche: la fusione a centrifuga, importata dalla Svezia, e la nichelatura lucida, un metodo di lucidatura a caldo molto più rapido ed efficace. Queste scoperte, presto diffuse negli Stati Uniti e in tutta Europa, a parità di qualità dei risultati, razionalizzarono i processi di lavorazione, ridussero i costi, aprirono nuove prospettive all'industria del bijou fantasia e permisero di ampliare la gamma dei modelli, che, come abbiamo già scritto, assunsero, soprattutto durante gli anni della guerra, una loro autonomia dalla gioielleria europea. Si calcola che nel 1946 le vendite di bijoux fantasia negli Stati Uniti avessero raggiunto un giro d'affari ragguardevole, stimato intorno ai duecento milioni di dollari di allora.

I bijoux italiani. Negli anni Quaranta esistevano anche in Italia aziende specializzate nella fabbricazione di bijoux non preziosi: Ceriano e Riesla di Torino, Alba di Genova, il Gingillo, Cavestri, Alda e Luciano Fratti di Milano, Luciana Aloisi baronessa De Reutern a Roma, in arte Luciana, che divenne così famosa nel dopoguerra da avere tra le sue clienti affezionate Elizabeth Taylor e Jacqueline Kennedy. Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, alcune aziende che fino ad allora avevano operato nel campo della gioielleria, fra cui Calderoni di Milano, convertirono la loro attività prevalentemente alla creazione e vendita di bijoux di metallo. Nel decennio successivo si aggiunsero altre aziende specializzate nella fabbricazione di bijoux per la moda: Artea, Canesi, Ottavio Re e Ornella di Milano, Carlo Deagostini di Torino, Cascio e Bijoux Sandra di Firenze, ANMA e Myricae di Roma.

A partire dall'inizio degli anni Cinquanta gli stilisti italiani fecero conoscere in tutto il mondo la loro geniale creatività in fatto di abiti e di accessori. Emilio Pucci, Carosa, Germana Marucelli, le Sorelle Fontana, Biki divennero famosi anche per merito di alcuni fabbricanti italiani di bijoux per la moda, in particolare Coppola & Toppo di Milano, cui si devono i bijoux più inventivi e straordinari che siano mai stati prodotti, portabandiera della creatività italiana non solo in patria ma anche negli Stati Uniti e in Francia.

Gli elementi costitutivi del bijou. I singoli elementi che costituiscono i bijoux si chiamano componenti. A seconda dell'impiego a cui sono destinati, i componenti possono essere suddivisi in due categorie: funzionali (castoni, anelli di congiunzione, chiusure, interspazi, aghi, gallerie metalliche su cui ricamare o agganciare pietre ecc.) e ornamentali (fregi, pietre, perle, ciondoli ecc.)

Questi ultimi generalmente sono disponibili sul mercato in migliaia di modelli, sotto forma di semilavorati; tuttavia i produttori di bijoux di alta qualità preferiscono disegnarli personalmente, in modo tale da poter garantire ai loro committenti l'unicità e l'esclusività del modello, che, stagione dopo stagione, deve assecondare e accentuare la tendenza della moda del momento, se non addirittura cercare di anticiparla.

I materiali utilizzati negli ornamenti non preziosi sono estremamente vari ed eterogenei, quali leghe metalliche, argento, vetro, plastica, pietre di sintesi, marcassite, cristallo, ceramica, madreperla, perle d'imitazione, legno, cuoio, camoscio, piume, pelliccia, sughero, rafia, corda, tessuto, passamaneria, conchiglie, semi, foglie e fiori, pietre semipreziose (corallo, quarzo, peridoto, turchese), smalto e, negli scorsi decenni, persino fossili, corno, osso, tartaruga, avorio, pelo d'elefante, gomma e insetti. Molti dei componenti utilizzati per la fabbricazione dei bijoux nascono da leghe, che contengono in proporzioni diverse vari tipi di metallo (rame, zinco, stagno, piombo), molti dei quali fondono a basse temperature. I componenti in vetro comprendono una gamma vastissima di prodotti, quali le pietre d'imitazione da incastonare, sostitutive delle gemme naturali (diamanti, rubini, zaffiri, smeraldi ecc.), le perle da infilare e le paste di vetro, ottenute da vetro polverizzato, fuso e colato in stampi, con forme e colori praticamente infiniti.

Nel corso dei secoli lo strass incolore, sostitutivo del diamante, è stato l'elemento primario nella costruzione degli ornamenti non preziosi e ha contribuito a farli diventare un fenomeno di massa. Questa pietra in cristallo sfaccettato è particolarmente brillante, perché rivestita sul fondo di un amalgama a specchio che accresce la rifrazione della luce, inoltre è sufficientemente dura per essere tagliata in migliaia di modi diversi, in modo da ottenere infinite forme e combinazioni.

Altrettanto utilizzati, sia per i bassi costi sia per l'estrema malleabilità e versatilità, sono i materiali plastici: cellulosa, vinile, fenolo, ammine, caseina e nylon. Fra le prime plastiche troviamo la bachelite, brevettata nel 1909 dal chimico belga Leo Hendrik Baekeland (1863-1944), molto usata dagli anni Venti all'inizio degli anni Cinquanta per radio, telefoni, bottoni e, appunto, bijoux. Le termoplastiche, per esempio la celluloide, le sostanze acriliche e il rhodoid, vengono sottoposte a elevate temperature, così da poter essere colate all'interno di stampi e assumere le forme desiderate; le termoindurenti, come la galalite, la bachelite e tutte le resine fenoliche, sono invece quelle plastiche che una volta formate non possono più essere liquefatte e formate di nuovo. Le tecniche maggiormente impiegate nella modellatura dei metalli e delle sostanze plastiche sono la fusione e lo stampaggio. La fusione contempla il passaggio di una sostanza dallo stato solido a quello liquido, che in questo modo può essere colata in una matrice cava che riproduce il modello in negativo, e una volta raffreddata dà origine a una copia dello stesso in positivo. Lo stampaggio si ottiene utilizzando stampi azionati da presse, che tagliano e modellano i materiali inseriti: può essere a compressione, per la formazione dei materiali termoindurenti, o a iniezione, per i materiali termoplastici, quali acetato e acrilico, utilizzati in particolare per formare le perle da infilare. I componenti, preesistenti o costruiti appositamente, sono uniti insieme a formare il bijou voluto, il quale viene immerso in bagni speciali per essere pulito e protetto contro l'ossidazione e in un bagno a base di nichel per rendere la sua superficie lucida e protetta. Successivamente si procede alla galvanizzazione per dorare, argentare o rodiare l'oggetto, immergendolo in bagni contenenti i metalli preziosi di cui si vuole dare la coloritura. Inoltre, per assicurare un'ulteriore durevolezza, il bijou viene ricoperto con una vernice protettiva, fissata stabilmente in forni ad alte temperature. L'ultima operazione nella fabbricazione di un bijou è quella di incastonare o incollare gli strass e le pietre di imitazione nelle cavità appositamente precostituite del corpo metallico.

L'attribuzione. Prima degli anni Cinquanta i bijoux europei non erano quasi mai firmati e quindi non è facile attribuire questi bijoux a un determinato couturier o a un fabbricante. La mancanza di marchi è spiegata dal fatto che, nella maggioranza dei casi, tanto i committenti quanto i disegnatori e gli artigiani che realizzavano gli ornamenti per la moda ritenevano poco importante identificarli con una firma, tanto più che essi erano venduti direttamente nelle boutique dei couturier o dai distributori esclusivisti della casa di moda che li aveva commissionati.

Per poter datare i modelli e assegnarli al loro creatore gli esperti studiano i soggetti e il tipo di lavorazione, analizzano l'uso di alcune pietre, il loro taglio, o particolarità specifiche di esecuzione come l'impiego di una certa smaltatura, il tipo di chiusure adottato e altri piccoli dettagli. Uno strumento molto utile nell'attribuzione è il confronto con le riviste di moda del tempo ‒ "Harper's Bazaar", "Vogue ", "Women's wear daily", "Gazette de bon ton", "La femme de France", "Fémina", "Bellezza", "Novità" ‒ dove talvolta i bijoux sono fotografati insieme agli abiti di moda. Tuttavia, nonostante la consultazione di queste fonti, a volte può capitare che bijoux significativi, sia dal punto di vista stilistico sia da quello tecnico, restino anonimi.

Negli Stati Uniti, invece, in generale i bijoux hanno una tiratura elevata e sono prodotti da grandi industrie specializzate che, già negli anni Trenta, indicavano chiaramente il proprio marchio di fabbrica e spesso il numero di brevetto del disegno (Pat. N. …) di un determinato modello. Questo numero è registrato presso l'United States Patent and Tradesmark Office di Washington, che, a chi lo richieda, fornisce tutte le informazioni sulla data, l'azienda e il disegnatore a cui quel numero di brevetto è stato assegnato.

Il valore dei bijoux. Negli ultimi dieci anni del 20° secolo la pubblicazione di studi documentati sui maggiori creatori di ornamenti non preziosi, soprattutto americani, ha permesso di approfondire la conoscenza dell'argomento anche a un pubblico di non specialisti e ha favorito la diffusione del collezionismo.

Il valore e il prezzo dei bijoux dipendono da vari fattori, a seconda se siano firmati o anonimi, artigianali o seriali, innovativi o ripetitivi, di buona o cattiva fattura, ben conservati o in pessimo stato di conservazione, rari o facilmente reperibili. I modelli più antichi e rari sono sempre più richiesti e il loro valore è in costante ascesa, tanto da rappresentare non solo un fenomeno estetico o di costume, ma un mercato in espansione nel settore dell'antiquariato minore.

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