Morante, Elsa
di Chiara Mercuri
Enciclopedia on line
Morante, Elsa. – Scrittrice italiana (Roma 1912 - ivi 1985). Tra le figure più originali e isolate della letteratura del Novecento, con L’isola di Arturo (1957) reinterpretò alcuni nuclei fondamentali del neorealismo, trasformandoli in materia lirica, simbolica ed esistenziale. Il romanzo La Storia (1974), uno dei maggiori casi letterari e culturali del Novecento italiano, suscitò un dibattito accesissimo, almeno in parte alimentato da pregiudizi di genere, inserendosi nel dibattito civile allora in atto in un’Italia in cui l’aborto era ancora reato.
Vita e attività
Cresciuta in una situazione familiare complessa, si rese presto economicamente indipendente collaborando con giornali e riviste. Visse a lungo con A. Moravia, che aveva conosciuto nel 1936 e sposato nel 1941 (se ne separò definitivamente nel 1962), e partecipò intensamente alla vita intellettuale romana, pur mantenendo sempre una posizione autonoma rispetto ai principali gruppi culturali del tempo.
Opere
Fin dalle prime prove narrative – dai racconti raccolti nel Gioco segreto (1941) alle pagine per l’infanzia delle Bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1942) – emerse una straordinaria capacità affabulatoria, unita a una concezione della letteratura come spazio alternativo rispetto alla brutalità della storia e ai conformismi sociali. Tale vocazione trovò piena espressione nei romanzi Menzogna e sortilegio (1948) e L’isola di Arturo (1957), nei quali recuperò la tradizione del grande romanzo ottocentesco europeo – dal naturalismo al verismo – intrecciandola con la lezione novecentesca della narrativa dei vinti e delle classi subalterne. Con L’isola di Arturo ottenne il Premio Strega, imponendosi come una delle più autorevoli narratrici italiane del Novecento. Più che epigona del neorealismo, ormai in declino, Morante ne reinterpretò alcuni nuclei fondamentali – l’attenzione agli esclusi, ai poveri, agli umili – trasformandoli in materia lirica, simbolica ed esistenziale. Alla centralità dell’infanzia e delle relazioni familiari furono dedicati anche i racconti dello Scialle andaluso (1963), mentre nel volume poetico Il mondo salvato dai ragazzini (1968) l’originaria vena lirica si trasformò in una tensione utopica e anarchica nutrita di sfiducia verso le strutture del potere contemporaneo.
La Storia (1974)
Il momento più controverso della sua carriera coincise con la pubblicazione di La Storia, uno dei maggiori casi letterari e culturali del Novecento italiano. Ambientato nella Roma della Seconda guerra mondiale, il romanzo affrontava, attraverso la figura di Ida Ramundo, la vulnerabilità femminile nel cuore della catastrofe storica. Ida è una donna esposta da ogni lato: ebrea nell’Italia delle leggi razziali, vedova, povera, malata di epilessia, vittima di violenza sessuale. La guerra non costituisce soltanto uno sfondo, ma serve da un lato a mostrare come l’esistenza delle donne fosse più esposta rispetto a quella degli uomini, dall’altro come la persecuzione agisse già nel semplice costringere a vivere sotto minaccia. Ida, ebrea non dichiarata, teme costantemente di essere scoperta, e questa paura la rende vulnerabile: è proprio tale condizione di terrore quotidiano a rendere possibile la violenza da parte di un soldato tedesco ubriaco. Significativo è il modo in cui Morante scelse di rappresentarla: non in forma esplicita come aveva fatto Moravia in La ciociara, dove la violenza di guerra sul corpo femminile era narrata senza veli, ma attraverso la crisi epilettica della protagonista, in una scena ambigua non per pudore, ma per i limiti che gravavano sulla scrittura femminile quando affrontava temi legati alla violazione del corpo e alla sessualità. La gravidanza che ne consegue fa maturare in Ida il proposito – poi abbandonato – di interromperla clandestinamente per evitare l’emarginazione in una società che ancora considerava “disonorata” la donna vittima di violenza. Attraverso tale nodo Morante portò sulla pagina ciò che la società faticava ancora a nominare, inserendosi nel dibattito civile allora in atto in un’Italia in cui l’aborto era ancora reato e lo sarebbe rimasto fino alla legge 194 del 1978.
Il libro suscitò un dibattito eccezionalmente violento. Fu accusato di «populismo moralistico» da A. Asor Rosa, di essere «patetico» da I. Calvino, di tradire «i limiti della Morante» da R. Rossanda. Lo stupro, la maternità, la paura, l’infanzia apparvero a gran parte della critica come una regressione rispetto ai modelli dominanti della letteratura impegnata e sperimentale dell’epoca. Il pregiudizio contro “il patetico” si legò a doppio filo con il pregiudizio di genere: la scrittura femminile era ancora sospettata di essere frivola o stereotipata, e lo straordinario successo di pubblico che ricevette il libro aggravò il sospetto in luogo di placarlo. Il durissimo scontro segnò profondamente la scrittrice.
Altri scritti
Nel successivo Aracoeli (1982), suo ultimo romanzo, Morante tornò ai temi più intimamente legati alla dissoluzione familiare, alla memoria e al rapporto madre-figlio, allontanandosi dalla dimensione corale e storica del romanzo precedente. Articoli, saggi e interventi critici pubblicati tra gli anni Cinquanta e Settanta confluirono nel volume postumo Pro o contro la bomba atomica e altri scritti (1987); dopo la morte uscirono inoltre i due volumi delle Opere curate da Cesare Garboli (1988-1990) e il Diario 1938 (1989).
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